Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino…Hanno portato via il Signore dal sepolcro… Maria piangeva. …Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. E poi le disse “Maria!”. Ella si voltò e con affetto gli disse in ebraico: “Rabbunì!” Maestro mio…Negli spazi tra le tombe, sono sbocciati fiori rossi, il cielo trascolora dal buio alla luce, si annuncia un nuovo giorno.
Siamo in un cimitero, ma il vangelo lo chiama giardino. Maria di Magdala riconosce la voce dell’Amato che si è reso presente nel suo dolore. Le lacrime di disperazione divengono lacrime di consolazione e di speranza. “Voi siete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia – aveva detto Gesù ai discepoli durante l’Ultima Cena come suo testamento (Gv, 16,20-22) – vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. Nel testo del Vangelo di Giovanni, il passaggio della Pasqua dalla croce alla gloria, dall’afflizione alla gioia viene spiegato dall’immagine del passaggio dalle doglie del parto, proprio come la nascita di un nuovo essere umano. “Pesach” in ebraico significa precisamente passaggio di liberazione, come l’uscita dall’Egitto, simbolo universale di ogni condizione di schiavitù e di oppressione.
È la festa di chi desidera sperimentare il cambiamento del passaggio, di chi vuole uscire dalla tristezza in uno slancio verso una nuova esperienza di pienezza e di vita. Il Venerdì e il Sabato Santo rappresentano il “passaggio oscuro del parto”, dopo l’attesa che abbiamo sperimentato nel tempo quaresimale: il momento della paura assoluta della perdita che lascia senza fiato, prima che ci si lasci colpire dalla luce del Risorto, sempre in modo inatteso ed imprevedibile! Il discorso che Gesù compie nell’Ultima Cena, anticipa una gioia che i discepoli non possono ancora comprendere, e forse nemmeno sperare. Le parole di Gesù, il suo testamento, sono proprio quelle che riconoscono il dolore, senza tuttavia lasciargli l’ultima parola: sono le parole che tolgono al dolore e alla morte il diritto di sigillare la storia in modo definitivo, che svuotano l’assolutezza del loro potere. Gesù risorto chiama ciascuno di noi per nome, quel nome che indica la persona amata singolarmente; il nostro Maestro ci chiama per nome. Il dolore e la morte perdono la loro pretesa totalitaria, che occupa tutto lo spazio, per far passare la potenza di una gioia che nessuno può trattenere. Il testamento che Gesù ci consegna è una parola che rende inoperosa la tristezza, mostrando che non è la fine del mondo, ma al contrario, il principio di tutto, come le doglie del parto.
+ Mario Vaccari, ofm
Immagine di Sieger Koder, Maria Maddalena al sepolcro.

